Woman of the Photographs è una dei lungometraggi presentati al Ravenna Nightmare Film Fest 2020. Opera prima di Takeshi Kushida e in gara per il Concorso Internazionale di Lungometraggi, il film narra dell’incontro fra Kai (Hideki Nagai) un fotografo specializzato nella modifica delle immagini e Kyoko (Itsuki Otaki) giovane e bella influencer con il corpo segnato da profonde cicatrici. Lungi dall’essere una banale storia d’amore, il regista si serve dei due personaggi per affrontare temi quali il rapporto fra apparire ed essere in una società sempre più basata sull’estetica fine a sé stessa, accompagnando lo spettatore nei mondi interiori dei protagonisti attraverso sequenze oniriche.

La fotografia ieri ed oggi

Fin dal titolo si evince quanto la fotografia sia fondamentale all’interno dell’opera: ma non ci si riferisce all’aspetto tecnico del film che, anche se capace di meravigliare con alcune particolari sequenze si mostra perlopiù semplice, bensì al concetto stesso di fotografia. Il rapporto fra i due inizia proprio in virtù della capacità del protagonista di modificare le fotografie a proprio piacimento, dando così la possibilità di mostrare “la versione migliore di te stessa agli occhi degli altri“. Utilizzando i personaggi all’interno della narrazione, Kushida realizza un’aspra critica al mondo dei social basato sulla tecnica del selfie (utilizzando argomentazioni analoghe a quelle usate da Wim Wenders nel libro Polaroid Stories) che si contrappone alla vecchia concezione di fotografia: realizzata per imprimere nella memoria un volto o uno specifico momento, un oggetto capace di restituire ai ricordi la loro dimensione. In questo modo il regista conferisce nuovamente dignità ad un’arte che ad oggi è ad uso e consumo della massa, ricordando allo spettatore di cosa è capace la macchina fotografica.

Il suono

Altro elemento fondamentale all’interno della pellicola è il suono, protagonista quanto gli altri personaggi della storia. Più della colonna sonora, i suoni sono fondamentali per la corretta composizione della sequenza: che abbia l’intento di attrarre o di disgustare, Kushida da prova di grandi abilità registica dimostrandosi capace di creare piacevoli armonie opposte alle sequenze dove il suono è un elemento di disturbo. Naturalmente non è il primo regista a porre tanta attenzione sui suoni all’interno di una scena: basti pensare ai cineasti più noti come Quentin Tarantino o David Lynch, in particolare quest’ultimo che servendosi dei suoni come ulteriore elemento onirico si mostra molto vicino allo stile del regista giapponese.

La dimensione onirica

Restando fedele a quello che è lo spirito del Ravenna Nightmare, la pellicola si dimostra intrisa di atmosfere oniriche e introspettive, sequenze che si rivelano essere una vera e propria finestra sui mondi interiori dei protagonisti, capaci di far capire allo spettatore desideri e paure dei personaggi. Se prima però abbiamo paragonato Kushida a Lynch per l’uso che entrambi fanno del suono, questa volta risulta obbligatorio parlare di echi felliniani: l’uso delle luci ma soprattutto di alcune melodie costituiscono un forte richiamo alle opere del maestro italiano, che attraverso l’onirico ed il fantastico ha creato una forma stilistica inconfondibile. Ma l’onirico felliniano non è l’unico elemento del fantastico presente nel lungometraggio, che si mostra carico di suggestioni nipponiche e riflessioni dallo stampo tipicamente orientale, in particolar modo quando quest’ultime sono legate al personaggio interpretato da Toshiaki Inomata.

Woman of the Photographs – La Bellezza in Giappone

Come scritto anche sopra, il film è pregno di riflessioni figlie della cultura nipponica, aspetti che è necessario conoscere per comprendere il perché di alcuni elementi presenti all’interno della narrazione. Il concetto di Bellezza, di Apparire su cui si basa il lavoro di entrambi i protagonisti è inteso in maniera molto diversa nella cultura Orientale da quella Occidentale. Fondamentale per la comprensione della pellicola è il concetto di aware nella tradizione giapponese: una forte sensazione di partecipazione emotiva alla bellezza della natura. Questo ci aiuta a capire l’iniziale distacco che prova Kai verso ogni aspetto della bellezza che sia legato all’essere umano (ed in particolare alla concezione dell’apparire), e a sua volta spiega l’interesse che quest’ultimo prova verso gli insetti ed il mondo naturale. Questi elementi caricano quindi di significato il primo incontro fra i due protagonisti che avviene (non a caso) in un bosco, e aiutano a comprendere l’atteggiamento di Kai nei confronti di Kyoko. Anche quest’ultima ha bisogno di essere contestualizzata nella sua cultura per capire il perché di alcuni suoi atteggiamenti: a partire dallo kintsugi (letteralmente riparare con l’oro) la tecnica giapponese che consiste nel aggiustare oggetti rotti con materiali preziosi, sottolineando così la spaccatura e facendola divenire un tratto distintivo, una caratteristica da mostrare piuttosto che da nascondere.

Woman of the Photographs risulta essere un insieme di generi diversi fra loro, che vengono però dosati con attenzione dal regista che riesce a parlare allo spettatore del concetto di bellezza, di ossessione e di amore attraverso le inconfondibili atmosfere del cinema giapponese.

Si ringrazia la Dot.sa E. D’Antonio per aver collaborato nella stesura di quest’articolo.

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