Per la sezione Ottobre Giapponese, quest’anno il Ravenna Nightmare Film Fest ha portato in Italia i corti del maestro dell’animazione Koji Yamamura. Già ospite del Nightmare in passato, Yamamura ha presentato per questa edizione quattro corti: Atamayama (2002), Il vecchio coccodrillo (2005), La parata di Satie (2016) e il suo ultimo lavoro Dreams into drawing (2019).

Atamayama, 10′

Candidato all’Oscar come miglior cortometraggio animato nel 2003, Atamayama narra di un anziano signore talmente parsimonioso che, per non buttare via nulla, mangia persino i noccioli delle ciliegie. Questo farà spuntare sulla sua testa un germoglio, e poi, un albero. Scontroso come solo alcuni anziani sanno essere, il protagonista inizia a recidere la pianta sul suo capo. Ma non potrà a lungo impedire che cresca. 

Sulla sua testa, attorno all’albero, iniziano a radunarsi i giovani per bere e divertirsi. Questo farà innervosire l’uomo talmente tanto da sradicare completamente la pianta. Al suo posto, rimane un buco. Quel buco si riempie d’acqua piovana e diventa un lago. Ragazzi e ragazze iniziano a recarsi al lago per rinfrescarsi e sguazzare.

Il protagonista rappresenta un anziano che deve fare i conti con le abitudini dei giovani, con la loro spensieratezza ma anche con la loro sfacciataggine. Koji Yamamura vuole mostrare un conflitto generazionale. Lo spettatore non capisce bene cosa stia accadendo ma si perde nei sentimenti dell’anziano e si arrabbia insieme a lui. Allo stesso tempo, il regista sa come suscitare ilarità. Il protagonista appare sia ridicolo che ragionevole e il pubblico lo deride ma lo appoggia. Un po’ come accade nella vita reale con gli anziani: spesso facciamo fatica a comprenderli e troviamo esilaranti molte delle loro abitudini ma, allo stesso tempo, sappiamo che hanno molta più esperienza e ragione di chiunque altro. Per l’anziano, però, sembra molto difficile capire il mondo dei giovani e vivere in pace con esso. Infatti finirà per far volare via tutti dalla sua testa e restare completamente solo con sè stesso.

L’animazione è estremamente curata e accattivante. Una sorta di cantilena accompagna le scene e funge da narratore esterno. I personaggi sono resi in modo efficace, realistico e, allo stesso tempo, bizzarro. L’animazione crea grande curiosità nello spettatore e un senso di smarrimento, lo stesso che sente l’anziano protagonista.

Il vecchio coccodrillo, 13′

La storia di questo cortometraggio di Koji Yamamura è tratta da un racconto di Leopold Chauveau. Anche qui sembra esserci alla base un conflitto generazionale. Infatti il corto narra di un vecchio coccodrillo che non riesce ad adattarsi ai valori e alle idee del resto della sua famiglia. In particolare non sa tenere a freno la fame e, dopo aver mangiato suo nipote, abbandona il branco.

Raggiunto il Mar Rosso il coccodrillo diventa amico di una piovra con 12 tentacoli. Nonostante senta affetto e amicizia nei suoi confronti, ogni notte mentre dorme le divora una gamba. Convinto che la piovra non sappia contare fino a 12, il coccodrillo pensa di poter farla franca. Effettivamente l’amica non si rende conto di perdere, tutte le notti, un tentacolo dopo l’altro. Alla fine il coccodrillo, terminate le gambe, si mangia l’intera piovra ma, dopo averla ingoiata, piange per il rimorso.

Rimasto solo, decide di tornare nel suo paese natale. Qui, una tribù di uomini lo prende e inizia ad adorarlo come una divinità. Ogni giorno gli viene data in pasto una fanciulla. Il coccodrillo si chiede perché tante riverenze ma, mentre lui non avrà mai risposta a questa domanda, il regista ne svela il perché allo spettatore. Ed io, per non rovinare la sorpresa al lettore, mi limito a consigliare la visione dell’opera.

L’animazione è semplice e l’opera risulta, al tempo stesso, inquietante e ironica.

La parata di Satie, 15′

Il terzo corto di Koji Yamamura presentato quest’anno al Nightmare è La parata di Satie. Si tratta della trasposizione cinematografica del balletto Parade di Erik Satie su soggetto di Jean Cocteau per il quale Pablo Picasso si occupò dei costumi. L’opera è considerata precorritrice del surrealismo e Yamamura mette particolarmente in evidenza questo aspetto.

Sulla musica di Satie il regista crea delle immagini animate che rappresentano visivamente i vari atti del balletto. Il primo personaggio ad entrare in scena è proprio Satie, mentre dirige l’orchestra a Parigi. Il regista, inoltre, introduce sullo schermo parole scritte dallo stesso compositore per spiegare la nascita dell’opera. Poi prosegue con il preludio e i vari atti: i personaggi animano la musica e la musica anima loro.

Le figure create da Yamamura sono eccentriche e bizzarre; sotto gli occhi dello spettatore prendono vita dentro a vortici di colori e movimenti. Si trasformano seguendo le note del compositore, cercando di rappresentare la sua singolare personalità. Nel mentre continuano ad apparire sullo schermo gli scritti di Satie sulla sua vita e sulla sua produzione artistica che rendono il corto più efficace nel mettere in mostra l’originalità del musicista.

Alla fine, tutti gli strani personaggi creati da Yamamura si ritrovano su un palcoscenico e il corto diventa, a tutti gli effetti, metafora dell’opera di Satie. Il film è un omaggio al compositore francese, al suo surrealismo e alla sua originalità. Alla fine dell’opera appare un cartello con scritto “Lo spettacolo non fu messo in scena perchè nessuno entrò a teatro” ma in realtà Parade fu eccome messo in scena e suscitò un grande scandalo per la sua eccessiva stravaganza.

Yamamura riprende quella stravaganza e la accentua, ispirandosi anche ad altri artisti surrealisti chiaramente riconoscibili nel corto come Dalì, Kandisnky e Mirò. La parata di Satie è un cortometraggio assolutamente da vedere che invoglia lo spettatore a cercare maggiori informazioni su Satie e sul suo balletto. In questo senso, l’intento encomiastico di Yamamura non potrebbe essere riuscito meglio.

Dreams into drawing, 11′

Dreams into drawing è l’ultimo lavoro di Koji Yamamura. Si tratta di una sorta di omaggio all’animazione e, soprattutto, alla figura del disegnatore. Il protagonista è infatti un uomo che disegna immagini su richiesta. Il registra anima i suoi disegni e mostra la sua mano che li realizza. Passa poi a spiegare come il pittore trovi l’ispirazione. Egli osserva talmente attentamente che si perde in ciò che guarda. La descrizione di come il personaggio crea le sue immagini è talmente dettagliata che si può benissimo parlare di meta-animazione.

Ma l’ispirazione non viene solo dalla vista ma anche dal sogno. Inconscio e subconscio si mescolano nel cortometraggio per creare la suggestione di cui l’artista ha bisogno. Egli è legato talmente strettamente con i suoi soggetti che non è solo lui a sognare loro ma anche viceversa. Inoltre i suoi sogni sono talmente intesi da diventare reali.

Il titolo – sogni dentro i disegni – sembra rimandare di nuovo a una dimensione meta-cinematografica. Mentre il protagonista sogna un disegno, disegna un sogno dentro ai disegni del regista.

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