di Lorenzo Borzuola

 

Vi siete mai soffermati a pensare, anche solo per un brevissimo istante, a come dovrebbe essere la vita senza guerre, assassini, morti, stragi, rapine, violenze, stupri? Lo avete mai davvero pensato?

Certo che lo avete fatto, ne sono sicuro. Un mondo senza la paura, un universo senza più alcun timore della morte per mano di qualcun altro, mai più incidenti, nemmeno l’ombra di attacchi terroristici o di strategici piani per un attacco a sorpresa contro il nemico. Tutto si trasformerebbe in un vero paradiso terrestre, quello che per anni letterati o comuni esseri hanno sempre tentato di scovare, e in ogni dove regnerebbe la pace fra gli uomini. Che meravigliosa e allettante idea, non vi pare?! La libertà diventerebbe il nostro vero inno e non più un utopico ideale mai messo in pratica, l’amore fraterno, la nostra spada.

Quante volte mi sono immaginato un pianeta così, un paese come quello che si trova nelle fiabe da ragazzi, prima che arriva il momento di leggere roba da uomini e allora anche tu, ingenuo bambino, diventi parte di tutta questa sociale organizzazione che sembra non avere più fine, e appena trovi un tuo limite ben altre faccende mettono alla prova la tua resistenza. Ti domandi, “Ma se tutto questo dovesse cessare, se ci volessimo tutti beni e basta con questa corsa agli armamenti, a questa sete di potere che diventa sempre più difficile da capire quale sia la sua vera sembianza”. Insomma, la pace, l’amore, il rispetto e la fraterna convivenza porterebbero a un sicuro miglioramento, non c’è che dire.

Ma per quanto durerà? Per quanto tempo potremmo vivere assuefatti a quest’atmosfera prima che ritorni il male?

Fortunatamente poco. Difficile da credere ma secondo me neanche la pace esisterebbe più se cessassimo, un giorno, tutti di odiare, di fare del male, anche solo verbalmente, di invidiare. Questo fugace valore lascerebbe subito il posto alla monotonia, all’annichilimento totale e allora li sarà la nostra vera fine. Pensateci, cari lettori, ci deve pur essere qualcuno che vada contro le regole e che sia punito perché si rispettino. Il mondo deve avere qualcuno che faccia guerre senno chi lotterebbe per la loro fine? È il classico ostacolo che da millenni ci perseguita e che nessuno potrà mai spezzare; senza il male non esisterebbe il bene, senza la pace la guerra sarebbe inutile. Forse un po’ riduttiva come teoria, ammetto che poche parole non possono bastare, ma invito a pensare fantasiosamente per un momento. Crisi economiche e quant’altro lasciatele per un secondo tempo.

Perciò, dato che il male è cosa di tutti i giorni, sintomo di ogni secolo ed era, difficile da reprimere, è giusto conviverci. Ma come? Notizie su notizie, e non di più pregiata fattura invadono ogni giorno il nostro quotidiano. Giornali, radio e televisioni sono sempre all’erta nel mostrare la parte malsana, gretta e truce della nostra umanità. Anche qui, sopraggiunge quel nichilismo disgustoso e inaspettato; un bambino che viene brutalmente ucciso diventa un sapere già visto, letto e riletto, che nell’animo domesticamente ingenuo e fortificato dell’uomo, provoca ormai un sospiro amaro, un aggrottamento di occhi e sopracciglia di breve durata, poi si continua la propria. Ma fermatevi un secondo a pensare; se non ci fosse tutta questa informazione? Se non fossimo costantemente a conoscenza di ciò che accade e se ci dovessimo ritrovare a sentire, per la prima volta, una notizia da uno degli apparecchi d’informazione. Come si potrebbe reagire? Quale sarebbe il primo pensiero. Messaggeri e ambasciate già esistevano all’epoca più remota, quindi sgombrate la mente e catapultatevi in una sfera fantastica, al di fuori di ciò che si è studiato e che conosciamo.

Immaginatevi un paesaggio selvatico. Un’epoca indecifrabile dove non si sa niente di nessuno, di quello che sta accadendo anche nel giro di trenta chilometri. Niente macchine, niente telefono, niente elettricità, solo una piccola casa in un deserto di alberi e colline distese verso l’orizzonte. Nella casa c’è un uomo e sua moglie. Stanno mettendo a posto la cucina, rassettano e spazzano come ogni giorno. Il loro moto abitudinario è puro, non è corrotto. L’ignoranza serpeggia, non c’è un libro in tutta la casa e tutti i loro figli e i figli di coloro che stanno nelle vicinanze vivono nella disinformazione più totale. Sono felici, sono sereni e nulla può toccare loro e quella tranquillità. All’improvviso, dalla porta aperta di quella casetta, entrano due strani tizi. Hanno parcheggiato un mostro su quattro ruote bianco e rosso, con i bordi neri e arancioni proprio accanto al pergolato. Fra le mani stringono un enorme scatola di cartone che portano dentro come se niente fosse. L’uomo, la donna e i figli guardano i due loschi tizi ma affascinati da ciò che stanno facendo, non aprono bocca e restano a guardare. Uno dei due scopre il contenuto. Sembra un’altra semplice scatola, più spessa e pesante, ma sempre una scatola è. Tutti pensano la stessa cosa fino a quando un vermiciattolo nero con la testa a tre corni esce dalla schiena di quella strana scatola e s’infilza nei tre buchi. I proprietari non sapevano neanche di averli quei tre cosi ma continuano a non dire niente. Solo quando tutto è pronto e i due stanno per risalire su quella specie di cavallo, l’uomo si affaccia alla porta e chiede – Ehi, voi. Ma cos’è quell’affare?

-Un televisore- risponde un dei, sgassando a tutta birra sul vialetto.

L’uomo si avvicina con prudenza a quel coso. Hanno lasciato sul tavolino un aggeggio nero con dei pulsanti. La famiglia ammirata gli si aggira intorno. I figli toccano e strusciano le loro mani sulla superficie di quel televisore, come se stessero accarezzando una creatura, come se volessero da lei avere qualche tipo di risposta; la donna si avvicina al marito guardando il piccolo apparecchio nelle sue mani e invita il dubbioso padrone di casa a fare qualcosa, qualunque cosa possa smorzare quell’attesa. In quel momento, sentirono tutti una prima brezza di cambiamento, che mai, prima di ora, avevano sentito; un interesse. La seconda fase si presenta come l’irrefrenabile voglia di vedere fare a quella cosa un movimento, un gesto, un segno. Uno di quei tanti buttoni viene alla fine premuto e un sibilo si ode da dentro la scatola; un sibilo, un fruscio, un ansimante respiro provenire da un’altra dimensione, poi la luce del tubo catodico proferisce raggi sui loro occhi atterriti per un secondo, attratti ancor di più negli attimi che si succedono e poi suoni, voci, parole rimescolate nei loro orecchi.

Mentre lo schermo mescola le immagini, la famiglia è riunita e stretta, prima che quel mix luminoso trovi un punto d’arresto, sono già seduti su delle sedie disposte intorno al televisore, venerato come un Dio. Ecco che l’immagine si ferma. Un uomo che non avevano mai visto prima di ora, vestito di tutto punto con giacca, cravatta, capelli impomatati, proferisce frasi taglienti come lame che penetrano di colpo nei corpi dei presenti, le cui mascelle cadono in basso senza forza per parlare. “Una donna è stata brutalmente assassinata. Prima violentata da una banda di teppisti, poi percossa con mazze e pietre. Infine gettata nel canale della zona industriale della città. Rinvenuta solo a pochi metri dalla centrale”.

Pietre? Città? Zona industriale? Che cosa sono mai tali parole?

Chi è costui? Questo ignobile sconosciuto che turba la nostra esistenza con tali notizie?

I figli, ancora ingenui per capire, troppo energici per ascoltare, già sono con la mente altrove, ma i padroni di casa ascoltano e sempre con più sforzo e nausea riescono a vedere la notizia successiva di quel terrificante spettacolo. “I terroristi attaccano un museo uccidendo centinaia di persone”. Il televisore viene spento. Non lo riaccendono. Non intendono farlo per molto, molto tempo, forse mai più, ma nel giro di una settimana l’intera vallata è invasa da quegli strani aggeggi. Altri macchinari che permettono di chiamare da una lunga distanza vengono impiantati. Radio occupano ogni spazio della casa. Robot e computer dispensatori di cronaca nera, fautori dell’assurdo. Tutti ormai, dopo neanche un mese, ne sono assuefatti, ma quella famiglia resiste imperterrita al cambiamento. Solo i figli, convinti da altri bambini, vedono di nascosto lo schermo illuminarsi dal televisore che ancora era rimasto nella sala. Una sera il padre li vede accovacciati lì davanti. Sta per menarli di santa ragione ma scopre con allegria che ciò che stanno vedendo è una specie di spettacolo comico. Non c’è sangue o cattiveria la dentro, ora, solo risate e serenità. Si siede con loro e la madre, tutta intenta a smorzare l’apparecchio si ricrede quando vede nei loro sguardi vero relax e partecipazione. “Basterà non vedere mai le notizie e saremo salvi” disse l’uomo alla donna, “Cosa mai potrà succederci”, ma i giorni passano e i mesi pure. Il padre inizia a darsi all’economia e a programmi di sport, i figli passano da semplici cartoni a film più crudi e tristi, la madre, che non riconosce più il giorno dalla notte, si addormenta sulla sedia e il rumore di una “Soap” accompagna quel mal dormire.

La cosa che più poté fare la differenza? Un divano. Un divano enorme che occupa l’intero salone, ricoperto da morbidi cuscini e foderato di rosso. Le notizie riprendono a girare, il cervello ci fa il callo. Anche la cronaca più nera è seguita e immersi nel buio soffuso la famiglia semplice ora è una famiglia televisiva. Sangue, sparatorie, concorsi, quiz, tele novelas, telegiornali, cinegiornali, documentari, reality show, non fa più differenza. Sono di nuovo una famiglia felice dopo la prima fase transitoria.

Alcune volte, seduta su quel divano, la madre, più invecchiata, ha lo stesso pensiero, “Ormai tu sei presa, ma almeno salva i bambini, salva i bambini”. Poi si risveglia ed è ancora in tempo per vedere il finale dell’ennesimo episodio.

-Mamma, posso cambiare?

-Vai in camera tua a vedere la televisione.

Ed è sempre la solita giostra che gira e rigira senza mai fermarsi.

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