di Lorenzo Borzuola

Matt Ross, il regista del film “Captain Fantastic”, ora nelle sale, interpretato da Viggo Mortensen come protagonista, svela la sua storia con un tocco poetico e crudele, allo stesso tempo, custodito con grande cura e grazia nei minuti iniziali dell’opera. Un cervo, simbolo della selvaggia bellezza, è tradito dal suo istinto e superato da un altro cacciatore. Un uomo, che poi si scopre essere solo un ragazzo, mimetizzatosi tra la propria nudità e quella della foresta, sbuca fuori e sgozza il povero animale, lasciato poi sofferente all’ammirazione di altri componenti di quella tribù che escono dalle fronde e circondano il loro eroe. Il capo di quei esseri sporchi è anche il loro padre e maestro il quale, estratto il fegato del cervo, lo cede in premio al giovane cacciatore che viene insignito del titolo di uomo, come in un rituale di antichi avi. Si viene a scoprire che quella è una famiglia che vive a contatto con la natura in quei boschi. Il capo genitore (Mortensen), cresce i sei figli, di età fra loro diversa, come individui primordiali, liberi e non infettati dal morbo della società civilizzata, perduta e lasciata a se stessa. Ben Cash e sua moglie, Leslie, hanno deciso di uscire da quell’opprimente sfera sociale per costruirsi una nuova vita nelle selve boscose del Nord America.Qui, in una specie di piccolo villaggio ben collaudato, crescono i propri figli e tutto è perfettamente in equilibrio. Ben insegna loro a cacciare come veri predatori, gli impara a scalare e a non avere paura della natura. Ognuno di loro è esperto in tecniche di combattimento, in come uccidere e scuoiare animali appena catturati, in come usare un pugnale e sono ogni giorno addestrati e forti. Non solo fisicamente. Nelle ore del giorno, oltre ad un allenamento quotidiano di ginnastica, i ragazzi devono svolgere vari compiti per rendere quell’habitat perfetto e armonioso come cucinare, preparare provviste, annaffiare le piante della serra accanto alla casa, ma soprattutto erudirsi. Dopo cena, Ben consegna ad ognuno di loro un libro, di qualsivoglia genere o difficoltà, e stabilisce una data per quando dovrà essere terminato. Questo è il compito che si è preso di portare a termine con la moglie, quello di dare ai propri figli una libera coscienza di quello sono, di ciò che potrebbero essere o diventare, senza tarpare, apparentemente, le loro ali, senza ricorrere alle piccole bugie a fin di bene atte a non corrompere la purezza e ingenuità del fanciullo in fase di sviluppo. Ben fa tutto l’opposto e cerca in ogni modo, all’interno di quella specie di comunità Hippie, di portarli ad essere dei veri “re geni”.

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Tale equilibrio, la necessità che Ben desidera in ogni modo di allontanare dalla società contaminata la sua preziosa prole, come un sovrano biblico, cessa di scorrere dolcemente sulle vite. In ogni caso, anche se Ben non lo sa o finge di non saperlo, quella realtà consumisticamente avvelenata che rifugge e contrasta è li in agguato e si presenta alla beata famiglia sotto forma di un lutto, unica cosa dalla quale nessuno può scappare in eterno. Leslie, che per alcuni mesi era tornata a vivere dai suoi genitori a causa di una turbe psichica, si suicida lasciando che sia il marito ad avere la sola cura dei figli. Ma ciò che Ben ha a creato sta lentamente per crollare e lui sarà costretto a tornare indietro sui suoi passi e imbattersi in quel mondo che aveva in tutti i modi cercato di abbandonare, riconoscendo anche il fatto di aver sbagliato qualcosa.

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Tutto ciò che è importante per Ben, e che si capisce man mano che il film prende piede e si espande in un comico e drammatico road movie, è la vita dei sei figli, cresciuti al di fuori della società, sapienti e capaci di sopravvivere nella natura ma privi di quella spensierata fanciullezza come altri loro simili, schiacciati dal peso di una perfezione che, seppur provandoci, non possono raggiungere. A bordo di un grosso pullman, allestito a camper, la famiglia s’imbarca nel lungo viaggio per andare al funerale della madre. Ogni sosta e prova da superare, aiuteranno Ben a capire cosa lui vuole veramente per i suoi figli; traghettandoli nelle lunghe autostrade loro vedono il mondo e non sembrano esserne spaventati mentre Ben, man mano che ritrova se stesso fa luce su quelle che possono sembrare colpe e cerca di porre un rimedio. Credo che il festeggiamento del compleanno di Noam Chomski come se fosse il giorno di natale, e l’ingresso della “tribù” Cash al funerale, sono due dei momenti di massima incisività che percorrono l’intera storia.

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Il film, esempio di cinema indipendente, è un misto di dramma e comicità, di commedia americana con un tocco di nero humor che riesce a svilupparsi grazie ad un cast di attori grandiosi e capaci. Primo fra tutti, Viggo Mortensen che da prova della sua versatilità camaleontica vestendo i panni di un uomo, un padre di famiglia a cavallo tra giusto e sbagliato, tra originale razionalità o solo confusa e oscura pretensione. La lunga strada verso la meta rincorsa dai protagonisti dividerà sicuramente il pubblico ma lo indirizzerà, alla fine, sul giusto cammino, da ognuno ritenuto tale.

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