di Lorenzo Cavallo

Di solito era mia madre a svegliarmi la mattina presto, brandendo, al capezzale del mio letto, un tazza di caffè fumante. Quell’odore, l’odore del caffè bollente, boicottava ogni sensazione allarmante.Sembrava parlarmi ogni mattina, sussurrandomi parole dolci e al contempo forti.

Quella mattina invece, fu il rumore scintillante di un mazzo di chiavi a svegliarmi dal profondo torpore. Il suo perplesso eco rimbombava in tutto l’appartamento, così che mi destai in fretta.

-Che ore sono? – Pensai tra me e me ancora un po’ stordito per quella che aveva tutta l’aria di essere una levataccia. Mi sporsi dall’angolo del divano letto e lessi dal cellulare che erano le 7:30 di mattina.

-Dove stai andando? – chiesi con i muscoli della faccia ancora intorpiditi.

-Devo andare al lavoro – mi rispose bruscamente con un tono freddo, come se si fosse preparato la frase, mentre io ancora dormivo, e non aspettasse altro che recitarla per liberarsi da un peso opprimente. Le parole erano schioccate come una sentenza, come se la sua lingua fosse una frusta.

-Credevo che saremmo stati un po’ insieme, e che mi avresti fatto vedere la città…

Non volevo assolutamente elemosinare niente, ma non potevo certo nascondere una certa delusione.

-Non posso, non sono in vacanza, io, e poi non c’è certo bisogno di una guida per vedere Colonia -disse sottolineando la parola ‘’io’’ come fosse un vanto e un peso allo stesso tempo.

Uscendo dalla porta mi disse di andare a visitare il museo d’arte Ludwig, perché di sabato non si pagava il biglietto, e così avrei risparmiato i sette euro che mi avrebbero fatto pagare in quanto studente.

Il  viaggio, fatto di lunghi e noiosi scali per pagare poco, mi aveva sconquassato talmente tanto che avrei potuto dormire tutto il giorno. Eppure, dopo quel tintinnio di chiavi, non ero più riuscito a rimettermi a dormire.

Per una mezz’oretta rimasi seduto sul divano letto,stringendomi le ginocchia tra le coperte, a guardare fisso nel vuoto del muro davanti a me.Nonostante il clima estivo, di notte avevo avuto bisogno delle coperte, e un cambio climatico del genere destava in me qualche turbamento.Erano le 7:30 ed io ero già pronto ad affrontare la giornata.Siccome era mattina presto, nell’aria c’era quel venticello che rinfresca tutto e tutti. Quindi mi vestii a strati per affrontare il caldo del pomeriggio e il nuovo fresco della sera. Mi preparai abbastanza in fretta, seppur fermandomi ogni tanto a curiosare per la casa, che, la sera prima appena arrivato, avevo visto poco e con poca attenzione. Curiosai un po’ in giro e frugai tra la roba che era sparsa qua e là. Sapevo che sarei stato solo per un po’ in quel luogo così estraneo, e questo mi dava un senso di libertà ed indipendenza, lo stesso che provano i  bambini quando rimangono da soli nella loro cameretta. Quella casa però non mi apparteneva per niente, e lo potevo sentire benissimo ovunque. Mi sentivo sempre come un bambino, ma più che altro come un infante rimasto solo nella stanza da letto dei genitori.

Nella cucina, sotto una mensola vicino ad un tavolo al centro della stanza, cerano degli scatoloni ripieni di pacchi di pasta, accanto a delle enormi lattine di olio. Tutta roba importata dall’Italia in macchina, per risparmiare e sentirsi ancora a casa.

Nella sua camera, in fondo al corridoio, una finestra illuminava un letto a due piazze attaccato al muro, una piccola televisione sopra uno sgabello ed una scrivania con dei libri per lo studio di tedesco, di quelli che si usano nei licei linguistici.

Il bagno, a sinistra dell’entrata, era stretto e lungo, ma poteva contare sia su una doccia che su una vasca da bagno. Un cassetto di un mobiletto sotto lo specchio e sopra il lavandino era utilizzato solo per i preservativi. Mi chiesi come mai li tenesse in bagno, visto che sarebbe stato più consono tenerli nella camera da letto. Mi deluse la consapevolezza che non ne avrei mai saputo il perché, non possedendo abbastanza coraggio -o confidenza-  per chiedergli spiegazioni.

Erano state mia zia e mia madre a spingermi ad andare a trovare mio cugino.In paese, tutti ne cantavano le lodi da quando era partito; lo raffiguravano come uno di quelli che aveva avuto il coraggio tipico dell’eroe o dell’avventuriero, del viaggiatore – in pieno stile fascista – e che nella sua vita si stava guadagnando – o conquistando, con un po’ di retorica – la sua sostanziosa fetta di torta.Una volta varcata la soglia di casa sua e visto la stanza dove avrei soggiornato – solo per qualche giorno – pensai – o forse solo desiderai – che Carlo, in fondo a quell’animo freddo e indifferente, desiderasse la mia compagnia.

[continua]

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