Un appuntamento mancato – Ludwig

di Lorenzo Cavallo

[segue]

Non sapevo cos’altro fare a Colonia, quindi dedicai il giusto tempo ad ogni opera d’arte del museo, da quella più insulsa a quella più graziosa, senza alcuna differenza. Una volta visitato l’intero museo, feci interamente un altro giro, riguardando tutte le opere. Poi feci ancora un altro giro, ma questa volta mi occupai di riguardare solo le opere che mi erano piaciute di più.

Dopo l’entrata, il museo era suddiviso in tre piani: ce n’era uno sotterraneo con l’arte contemporanea, e due superiori dove erano esposti i pezzi più pregiati dell’arte moderna. Il museo poteva ostentare molti autori importanti: Dalì, Magritte, Picasso, Modrian, e naturalmente molti importanti esponenti tedeschi come Oskar Schlemmer, Max Ernst ed EmilNolde.

Ma l’autore che più di tutti mi aveva colpito era un mio connazionale: Umberto Boccioni; e l’opera sulla quale avevo speso più tempo che su tutte le altre messe insieme era ‘’quelli che restano’’. Non l’avevo mai vista prima, forse fu questo a catturarmi. L’intero dipinto era cosparso di pennellate verdi, interrotto da tratti neri che sembravano prendere la forma di esseri umani. Creature erranti e spaventate costrette a vagare senza riposo. Mi vedevo sperduto tra loro, condannato alla morte della vita.

Al piano più alto del museo avevo visto una giovane coppia tedesca baciarsi davanti ad un quadro.Pranzai là, e quando i guardiani del museo ne ebbero abbastanza di me, ed io ne ebbi abbastanza dei loro sguardi pietrificanti, imboccai l’uscita, passando, come ogni turista che si rispetti, per il negozio dei souvenir del museo. Rimasi perplesso quando, essendo a conoscenza della gran fetta d’italiani residenti in Germania, non trovai nemmeno un libro in italiano. Niente di niente, nemmeno un insulso volantino con la mappa del museo, di quelli tradotti in venti lingue che si trovano all’ingresso dei musei. Evidentemente al Ludwig Museum non piacevano gli italiani.

Quando uscii dal museo, dopo aver imparato a memoria le sue vie e i suoi angoli, il clima si era leggermente alterato: la temperatura si era abbassata, ed un insieme ispido di nuvole aveva ricoperto il paesaggio. Non ero certo un amante del clima troppo caldo e soleggiato, il quale è pessimo per un turista che cammina molto ed è interessato ad osservare i volti dei passanti, quindi ne fui lieto. Estrassi dallo zaino un maglione che mi ero portato dietro e lo infiali, poi mi diressi sul muretto di una fontana vicino al duomo. Avvicinandomi, subito notai delle decorazioni sul fondo della vasca che avevano tanto l’aria di rimandare ad una svastica. Pensai che non poteva essere così: sia che fosse originaria dell’epoca nazista o di moderna ispirazione, non avrebbero lasciato in bella mostra un simbolo del genere. Doveva essere necessariamente un ornamento casuale. Eppure l’assonanza era irrimediabile; e se ci arrivavo io, ci poteva arrivare chiunque.

Non volevo dare a intendere che mi stavo soffermando tanto su quel disegno, quindi mi sedetti dando le spalle alla fontana e ai suoi ghirigori marini. Un leggero vento destava l’acqua della fontana ad accarezzarmi il collo, mentre osservavo intorno a me le persone affaccendate. Nonostante mi trovassi al centro della città, la piazza era semivuota, se non per qualcuno che bazzicava qua e là in lontananza. Cercai di dimenticare i pensieri nati dalla svastica nella fontana. Quell’associazione spontanea mi sembrava vittima di un qualche pregiudizio o luogo comune di sorta. Ormai però la mia mente soggiaceva sotto un’enorme croce uncinata rossa, così che quel simbolo albergava in ogni pensiero che popolava la mia coscienza.

Ogni uomo intorno a me mi appariva come figlio legittimo della svastica. Potevo vedere sui loro volti e le loro fronti madide di sudore quel maledetto simbolo, che si propagava coma la peste e che figliava senza tregua. I miei pensieri erano stati terribilmente inquinati, avevo perso quella lucidità che mi piaceva tanto ostentare con me stesso, così mi sentito un buono a nulla, un inetto. Stavo per andarmene a fare quattro passi, vedendomi inadatto a qualsiasi ragionamento per via di quell’idea che mi logorava senza freno. Ma mentre mi stavo alzando, si sviluppò a pochi passi da me una scena tanto interessante da farmi rimettere seduto.C’era una giovane coppia – sulla ventina – che stava litigando. Lei era vestita succinta, con un corpo snello che si addiceva poco a quella zona della Vestfalia. Lui aveva lunghi capelli ricci neri ed occhiali da vista abbastanza spessi. Lei gli stava accarezzando il collo e la guancia destra, nel disperato tentativo di calmarlo mentre lui  gridava e si sbracciava. Non riuscivo a capire cosa si stessero dicendo, ma me ne andai per un’idea, immaginando che nella maggior parte di questi casi il fattore scatenante delle liti è una qualche forma perversa di gelosia.

Io stavo bene attento a non far vedere che li stavo spiando, ma ad un certo punto non dovetti più mascherare la mia morbosa curiosità, perché l’intera platea della piazza si era messa a ficcare il naso in quella giovane coppia di amanti.Così, oltre che quei due, mi misi ad osservare i volti dei passanti che, incuriositi come me, avevano interrotto la loro giornata per assistere a quello spettacolo.

Fu in quel preciso momento che capii l’essenza della teoria di Goffman. Fu buffo, perché quel tipo di sensazione, simile ad un’illuminazione, un’epifania, non aveva niente a che fare con le centinaia di definizioni che si trovavano sui testi ed i manuali universitari.Non tutti gli studenti potevano contare su quel tipo di connessione tra l’uomo e la cosa; non ero sicuro neanche che il saggio Goffman avesse mai provato una cosa del genere.  Ritornai a sintonizzarmi sulla coppia quando il ragazzo, forse preso da una crisi di nervi o imbestialito per la folla che l’osservava, si allontanò dalla ragazza sbraitando ed urlando la stessa parola più volte. Il suo comportamento – decisamente antisociale – aveva attirato ancora di più gli sguardi indiscreti dei passanti, i quali poi si andavano a posizionare sulla ragazza, la quale subito dopo la scenata, scappò via in un’altra direzione.

[continua]

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