Preso il biglietto, ho appena il tempo di sedermi a un tavolino e leggere alcune notizie sulla regista, Carolina Balucani, e sull’attore, Matteo Svolacchia, che viene annunciato l’inizio dello spettacolo La Regina Coeli, ultimo appuntamento del festival “Smanie di primavera” promosso dal Teatro Stabile dell’Umbria. Le maschere ci accompagnano lungo la strana rete di corridoi che conduce al Ridotto del Teatro Morlacchi, ricavato appunto dalla riduzione del palcoscenico, su cui vengono allestite delle gradinate per il pubblico. Queste danno le spalle alla platea normalmente utilizzata: un teatro sul teatro.

Mentre ci fanno accomodare, Svolacchia è già in scena: indossa dei semplici jeans e una felpa arancione e sta combattendo nella penombra con un nemico invisibile. Pian piano le luci sugli spalti si abbassano e la scena viene illuminata. La narrazione ha inizio.

L’attore continua a saltellare come un pugile su quello che capiamo essere un prato. Quando inizia a parlare, la sua voce è quella di un ragazzo tossicodipendente. Si definisce «la pecorella smarrita» e racconta che un giorno, mentre si stava smarrendo nel palco, un «pastore» è venuto a recuperarlo con tanto di sirena. È a quest’ultimo che si rivolge per narrare la sua storia.

Viene rinchiuso dentro un “ovile” fatto di sbarre. Ai «pastori», che impediscono a sua madre di fargli visita, dice che lei è la Madonna e non ha bisogno di permessi per entrare, perché fa le apparizioni. E infatti appare, questa madre. Dapprima è il figlio a rivolgersi a lei, a dirle di non preoccuparsi, che quei lividi li aveva già prima di entrare, che i dolori che sente sono emorroidi, non emorragie interne.

Poi la prospettiva cambia e l’interprete assume il punto di vista della madre. Stavolta è lei che incalza i pastori, chiede loro perché non le fanno vedere suo figlio, perché dicono che è morto! Non ci crede, se non glielo fanno vedere vuol dire che lo hanno preso a botte! All’inizio dice anche lei di essere la Madonna e assume la posizione statica di una di quelle Marie formato statuetta che si vendono nei negozi. Ma, dandoci le spalle, piange e confessa di non essere la Regina Coeli, sebbene anche lei, come la Vergine e molte altre madri, finisca per portare i fiori sulla tomba del proprio figlio, ucciso da quei «pastori» che avrebbero dovuto salvarlo.

Per quanto riguarda la forma, questo spettacolo presenta degli elementi in comune con il cosiddetto teatro di narrazione: un unico attore in scena per raccontarci una storia. Ma è anche vero che tale teatro si basa, almeno in parte, su una forte riduzione delle azioni fisiche in favore della parola e su un ruolo dell’interprete visto soprattutto come narratore. La Regina Coeli si distanzia da questa convenzione.

La fisicità resta infatti molto importante, tant’è che Svolacchia si muove quasi continuamente lungo tutta la scena. Inoltre compie gesti molto evocativi, seppur semplici. Ad esempio, le mosse da pugile durante il dialogo con i «pastori» identificano già questi ultimi come avversari del protagonista. O ancora, quando impersona la madre che si blocca in posizione statica, l’interprete viene illuminato in controluce per creare quasi un’atmosfera intima e solo allora piange. Il senso sembra essere: una madre è costretta a fingersi forte anche mentre, in silenzio, soffre per il proprio figlio. Figlio alla cui tomba va poi a portare dei fiori, che poggia con una sequenza di azioni ripetuta meccanicamente un’infinità di volte, metafora tangibile della sua disperazione.

Se è vero che la parola rimane realistica grazie all’inflessione dialettale, tuttavia la stessa estetica evocativa riscontrata nelle azioni si riflette anche nella scenografia e nell’uso delle luci. L’unico elemento presente sul palco è un grade tappeto quadrato che simula il terreno di un parco. Ad esso si aggiungono soltanto dei mazzi di fiori, fatti cadere dall’alto e poi illuminati da rettangoli luminosi a simboleggiare le tombe delle troppe vittime delle violenze carcerarie.

L’impressione è di uno spettacolo dal forte impatto emotivo, in cui il testo e il linguaggio scenico della Balucani, uniti all’impressionante interpretazione di Svolacchia, riescono ad avvicinare gli spettatori a un tema tanto spinoso quanto attuale.  

testo e regia Carolina Balucani

in scena Matteo Svolacchia

contributi alla stesura definitiva Michele Bandini, Costanza Pennacci, Francesca Kansas Zappacosta

tutor per la drammaturgia Massimo Sgorbani

suono Giacomo Agnifili

luci Emiliano Austieri

scena Allievi della Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia

in scena dal 28 al 31 maggio 2019

2 COMMENTS

  1. Ciao a tutti e grazie davvero Leonardo. Sono Matteo Svolacchia. Grazie per essere venuto, per la tua visione e per la tua attenzione posta. Ci fa enormemente piacere il fatto che tu abbia colto tanti piccoli nodi che per noi sono veramente importanti. Ti devo chiedere però la cortesia di modificare il mio cognome…non è colpa tua.. Sono abituato.. Però mi farebbe piacere se riuscissi a modificarlo.
    Sperando di incrociarti un giorno e scambiare quattro chiacchiere, ti ringraziamo di nuovo calorosamente.
    Matteo Svolacchia

  2. Gentile Matteo, mi rincresce davvero per il tuo cognome! È stato un mio errore, ora dovrebbe comparire corretto. Sono io che ti ringrazio, per il tuo commento e per lo spettacolo che tu e Carolina ci avete offerto. Spero anche io di rivedervi presto in scena e di scambiare qualche parola! Intanto grazie ancora e un caro saluto.
    Leonardo Ceccucci

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here