Ritorniamo a parlare di Eduardo De Filippo e delle sue opere. Un commediografo conoscitore della vita, della Napoli bene, della Napoli del dopo guerra e di quella del popolo minuto. Eduardo ci ha presentato un’enorme sfilza di volti e maschere dandoci una lezione su come si sta e su come non si sta al mondo.

I personaggi delle sue commedie sono per lo più esseri meschini, miserevoli: sia sul piano economico che su quello morale. Sono ingenui perché non vedono o non vogliono vedere la verità come Pasquale Lojacono, il protagonista di Questi Fantasmi. Sono gretti o disgraziati fingendo di non esserlo come il capo della compagnia teatrale in Uomo e Galantuomo. Oppure gente che, troppo sicura di sé, si fa portavoce di giustizia quando è prima di tutto lui ad essere nel torto, come si vede in Le voci di dentro o Non ti pago.

Questi elementi si susseguono molto frequentemente nelle opere dell’autore napoletano, così come anche quella voglia di riscatto sociale, economico e persino familiare che li porta alla fine ad essere quasi graziati e capiti. I loro sentimenti e il loro agire sono frutto di una vita grama che o uccide oppure fa stringere i denti. Sono simbolo di un’epoca, di una situazione ma soprattutto di una città che è, citando Pino Daniele, mille colori e una carta sporca. Bella, violenta e tormentata allo stesso modo.

E questo equilibrio fra bene e male, bello e brutto, gentile e prepotente, fra sobrietà e pazzia, è forte in molti drammi di Eduardo.

Eppure, c’è una figura in tutto questo repertorio, che potrebbe riassumere gran parte di quelle opere precedenti e di quei tanti volti. Sto parlando di Filumena Marturano.

La Trama

Dopo venticinque anni vissuti accanto a Domenico Soriano, proprietario di numerosi negozi e fabbriche di dolciumi, l’ex prostituta Filumena Marturano è stanca di non essere presa in considerazione dal suo compagno. Quando lui decide di sposarsi con la giovane Diana, Filumena finge di essere in punto di morte e chiede a Domenico di esaudire l’ultimo desiderio: sposarla, così farà un’opera buona.
Non appena lo sposalizio viene ufficializzato dal prete, Domenico, convinto di essere ormai un uomo libero, si vede comparire davanti Filumena più in forma che mai.

Avendo capito di essere stato truffato per poterlo incastrare e per avere i suoi soldi, Domenico si appella all’avvocato chiedendo giustizia. Ma Filumena non ha finto per i soldi, né per avere l’uomo tutto per lui. Lei lo fa per i suoi tre figli: tre giovani che tra loro nemmeno si conoscono e che ha tenuto sempre nascosti per paura di Don Domenico. Il fatto di dargli il cognome Soriano li farebbe finalmente vivere economicamente felici e sicuri.

Dopo averli fatti venire a casa, confessa loro di essere la madre, raccontandogli anche la storia della sua vita. Dai tredici anni, quando fu mandata a fare la prostituta, fino a quando incontrò Domenico Soriano, che lei aveva amato con tutte le sue forze. Eppure a lui aveva anche rubato per potere crescere i tre figli, e Domenico, più spietato che mai, chiama l’avvocato il quale dice alla donna che il matrimonio non è valido perché trattatosi solo di una truffa.

Filumena, quasi sconfitta, lascia casa Soriano, ma prima di andare via confessa a Domenico un’altra grande verità. “Uno di quei tre è figlio a te!”, dice Filumena scatenando la curiosità di Domenico. Questo lo porterà a sposarla in forma legale e ufficiosa, ma sempre con il desiderio di conoscere sui figlio. Lei non glielo dirà mai, facendogli capire che sono tutti e tre uguali e in egual maniera dovranno essere trattati. “E figlie so figlie!”.

“Mimi, lo sai quando si piange? Quando si conosce il bene e non si può avere.
E io bene non ne conosco: la soddisfazione di piangere non l’ho potuta mai avè”

Filumena è perciò una donna ignorante ma piena di risorse. La dura vita fatta in giovinezza la segue anche in vecchiaia ma riesce lo stesso a riscattarsi dando ai tre figli una vita migliore. È sì meschina, ma allo stesso tempo forte, che farebbe di tutto per la prole: persino sopportare i tradimenti di Soriano, persino fingersi moribonda. Domenico, è invece un uomo che, nonostante abbia viaggiato e sia potente sul piano economico, è ingenuo, povero e debole. Ingannato più volte da Filumena, vorrebbe fare valere il suo onore e la sua integrità, ma finisce con l’accettare la situazione e i tre giovani.

Scritta nel 1946 per la sorella Titina, Filumena Marturano è forse l’opera eduardiana che ha avuto in assoluto più repliche e rifacimenti: sia in Italia che all’estero, sia in teatro che al cinema.
Tuttavia, all’inizio, dopo il grande successo avuto con l’interpretazione di Titina, nessuno volle toccare il dramma. Specialmente dopo la morte di quest’ultima, Filumena Marturano era diventata quasi una commedia intoccabile. Ecco perché quando Eduardo ripresentò la commedia ma con Regina Bianchi il pubblico si sentì quasi in dovere di contestare e criticare. Gli animi accesi si placarono però subito dopo, non appena si intuí la bravura della Bianchi. La sua Filumena rimane infatti una delle migliori.

Ma Filumena ha avuto nel tempo tantissimi volti. In teatro non ha smesso un attimo di essere rappresentata. Fra le più importanti ed iconiche ricordiamo la interpretazione di Isa Daniela che recitò in teatro accanto ad Antonio Casagrande. Lo stesso fece Lina Sastri assieme a Luca De Filippo e poi anche Mariangela Melato, la quale recitò con Massimo Ranieri nel 2010 in una trasposizione televisiva alquanto fedele all’opera di Eduardo. Poi ci fu la parte di Mariangela D’Abbraccio.

Ma nel cinema, a parte il film diretto dallo stesso De Filippo nel 1951 e con Titina come protagonista, quella di Sophia Loren resta la Filumena più bella. Il film Matrimonio all’italiana, diretto da Vittorio De Sica, vede due forze della natura come Marcello Mastroianni e la Loren confrontarsi in questo stupendo rifacimento. Le pause recitative del cinema accelerano il ritmo della commedia ma permettono anche di soffermarsi su elementi prima solo citati, come i tre figli o la vita della protagonista nella casa chiusa.


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