Proiettato al Ravenna Nightmare Film Festival, In the Shadows è un’opera che attraverso la distopia parla allo spettatore dell’alienazione data dal lavoro e della propensione della massa ad accettare le condizioni più misere se queste garantiscono la sopravvivenza, anche se a discapito di ogni tipo di socialità.

In the Shadows – La trama

Diretto da Erdem Tepegöz, In the Shadows è ambientato in un mondo dove l’umanità sopravvive a stento, e l’unico modo per assicurarsi un pasto e dell’acqua è lavorare all’interno della fabbrica. Gli operai, in pieno stile da classe proletaria pre rivoluzione, sono abbruttiti e annichiliti dalla loro condizione. Le diverse scene di vita quotidiana dimostrano come l’essere umano abbia perso anche i più elementari istinti, a favore di una cieca obbedienza al “sistema”. Sistema che fonda la propria esistenza sulla sorveglianza continua degli operai, costretti a sostenere una visita medica periodica con il fine di valutare la capacità di produzione di ogni singolo individuo. Chi non è in grado di mantenere certi standard viene “espulso”, ovvero scompare senza lasciare alcuna traccia.

A rendere ancora più disturbante la situazione sono le strane voci che Zait (Numan Acar) sente attraverso un tubo nella sua camera, ma che solo lui sembra poter avvertire. In un crescendo di inquietudine ed eventi sempre più strani e singolari, Zait ed il resto degli operai scopriranno che la loro realtà non è quella che pensavano. Nonostante le premesse, il film di Tepegöz ha un carattere molto più filosofico che narrativo, con diversi elementi all’interno della trama che nonostante la loro importanza non vengono chiariti allo spettatore.

In the Shadows – La regia

Fin dalle prime scene si intuisce la bravura del regista, che immerge subito lo spettatore in un mondo grigio, fatto di rovine decadenti e spoglie, dove non c’è spazio per altro oltre al minimo indispensabile. La macchina da presa viene utilizzata in modo singolare, trasmettendo lo spaesamento del protagonista attraverso le inquadrature al contrario o da angolazioni insolite. Si riesce a percepire la desolazione in cui vivono i personaggi attraverso le numerose sequenze realizzate con la macchina da presa a spalla seguendo Zait nelle sue esplorazioni.

La fabbrica, elemento fondamentale nella narrazione, diviene testimonianza di un passato molto simile al nostro (purtroppo) sottolineando l’importanza che la produzione ha su qualsiasi altra cosa. Gli ambienti bui e malandati sono la cornice perfetta di un film che più che horror si definisce nel corso della narrazione come thriller sociale, riuscendo ad inquietare lo spettatore grazie a delle immagini che tolte dal contesto filmico sono perfettamente normali, ma che all’interno della narrazione incutono timore e agitazione.

In the Shadows è quindi un film di sicuro impatto visivo, che con i suoi misteri ed enigmi lascia allo spettatore il compito di unire i vari indizi per giungere non ad un elemento del reale ma per giungere ad una verità ben più alta.

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