di Lorenzo Borzuola

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Paul Verhoeven torna, dopo quasi dieci anni di distanza, con un film cerca di riassumere, come avviene per i grandi autori ormai arrivati ad età più avanzata, tutte le tematiche che hanno percorso una intera carriera passata dietro una cinepresa. C’è un pò di tutto in quest’opera ultima del regista olandese, già premiata in Europa come in America, e i temi che qui riaffiorano dopo un periodo di calma piatta sono sempre gli stessi: il sesso e l’erotismo sfrenato a volte gratuito. Il senso del pudore dimenticato e il misterioso inganno che aleggia nelle vite delle persone e il desiderio: quest’ultimo riscontrabile sotto varie forme. Il desiderio spirituale e carnale, il desiderio di sottrarsi a quella monotonia locale e il desiderio del disprezzo e di voler tenere tutto minuziosamente celato nello strato della moralità. Alla fine parte di questo viene fuori incisivo e violento, sporco, senza preamboli e fiocchi di contorno.

Michèle è una donna di mezza età che nella capitale francese occupa il posto di direttrice in una importante azienda creatrice di videogiochi. Una donna che vive con la massima serietà e nella più rigorosa tenacia di persona matura che, dopo aver subito il trauma infantile, si fortifica raggiungendo alti livelli di cinismo e tempra, non lasciando scampo a nessuno, né al lavoro, né in ambito sentimentale, di manomettere la sua forte integrità, spregiudicatamente prepotente. Ogni personaggi accanto a lei è messo in ombra dal suo carattere e sprofonda in piccolezze e ingenuità che a lei non sembrano sfiorare. Mantiene un buon rapporto con l’ex marito ma lo tratta con la delicatezza di una madre e non al suo pari, a volte trattandolo come un infante. Lo stesso interessamento superiore e brusco è riposto nel figlio che si è fidanzato con una giovane ragazzetta dalla quale ha un figlio misteriosamente di colore, il che sembra preoccupare solo Michèle mentre gli altri, come il padre o la sua migliore amica, che sembra più vicina al figlio di lei, sguazzano nella felicità della nascita non cedendo alle spiegazioni o al richiamo della verità. La madre di Michèle, che cerca a tutti i costi di convincerla ad andare a trovare il padre in prigione, killer anni prima sotto un momento di pazzia, è un tipo più libertino di donna; sebbene anziana, ha un giovane compagno che ospita a casa sua. Il disprezzo che Michèle prova nei suoi confronti, nei confronti della madre, è forse intuito dall’anziana donna che coglie la vera natura della figlia.

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Paul Verhoeven e Isabelle Huppert durante la lavorazione del film.

La foto di quasi quarant’anni prima, che la ritraeva seminuda nel suo giardino con il padre prima di essere arrestato per gli omicidi commessi, è senza dubbio il motivo principe per il quale lei sia così dura, arida e integerrima con tutti e con il mondo che la circonda. Nello stesso tempo esplicita. Da mesi s’incontra segretamente con il marito della migliore amica ma la cosa le scorre addosso, via, senza rimorsi o sensi di colpa, un pò come ogni avvenimento che le accade. Lo stupro che apre la primissima scena del film, avvenuto in casa della stessa protagonista da parte di un mascherato sconosciuto, sconvolge un pò i suoi equilibri. Non va alla polizia, non denuncia il fatto e racconta l’accaduto all’ex marito e agli amici come se niente fosse. Nello stesso tempo prende precauzioni in casa per evitare che ciò avvenga di nuovo ma cerca comunque di rincontrare il suo assalitore e violentatore. Quando l’incontro avverrà nuovamente, il gioco perverso fra lei e l’uomo continuerà fino ad accelerare sempre più i ritmi spasmodici, nel finale, della trama che porteranno Michèle ad una drastica rivoluzione e un inevitabile scelta.

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Isabelle Huppert (Michèle), in una scena del film

La magnifica Isabelle Huppert, che interpreta la protagonista, non sembra essere turbata dalla mano deviante e pesante di Verhoeven, bensì si cala in un personaggio che, come è avvenuto per “Quarto Uomo” o “Basic Instinct”, rimarrà nel tempo cinematografico ancora a lungo. Tutti gli altri attori e caratteristi di contorno, recitano bene e sempre a tempo con la storia eppure sono legati alla luce emanata dall’attrice principale che riesce ad allestire un personaggio dalle tinte comiche, grottesche e drammatiche, turbato nel profondo ma ricoperto da una dura scorza che non lascia, almeno non subito e solo in parte, trapelare nulla di intimo e proibito; cose che scandalizzerebbero un’intera società, della quale lei vuol fare parte. Sotto la regia di un Verhoeven potente, tirato a lustro, il film, tratto dal romanzo del 2012 “Oh” di Philippe Djian, “Elle” ricorda molto i precedenti successi, tuttavia con elementi messi sotto una luce più matura, altrettanto dirompente che si scrolla di dosso i segni del buon gusto e della corretta moralità. Elementi pronti a scandalizzare e denunciare, temi taboo della nostra personalità.

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