di Lorenzo Borzuola

Imbattutomi, qualche settimana fa, in un “Totò” -come viene abbreviato di solito un film del grande attore napoletano-, sono rimasto incuriosito nello scoprire che quello sketch comico derivasse da una delle tante e più famose novelle di Luigi Pirandello. Il film in questione è “Questa è la vita”, un’opera divisa in quattro episodi e diretti da quattro registi dell’epoca a cavallo tra il neorealismo e il cinema della commedia. Giorgio Pàstina nell’episodio de “La Giara”, Aldo Fabrizi per “Marsina Stretta”, Mario Soldati “Il ventaglino” e Luigi Zampa con l’episodio tratto dalla novella “La Patente”. Sicuramente un cast ricco; sebbene gli episodi spicchino tutti per il ricco cast e una buona volontà di trasporre scritti in immagini, per di più di uno scrittore e drammaturgo innovatore e gigante come Pirandello, quello che più ha soddisfatto il mio interesse è quello de “La Patente”. Un po’ per la trama stravagante e grottesca, un po’ per l’amore che ho sempre riservato nei confronti di Totò, “La Patente” è uno di quegli esempi letterari che se trasposti in immagini da cinema riesce a darti la stessa carica umoristica e ironica, drammatica e alienante che già pervade le pagine dello scrittore siciliano.

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Aprendo una piccola parentesi, guardando questa pièce, e rileggendo la novella, ho provato a dare una spiegazione al crollo del cinema italiano oggigiorno e all’odio e disinteresse che molti giovani provano nei confronti della tradizione cinematografica; più che altro quella nata con Totò e poi sviluppatasi, in maniera generale, nella commedia nostrana. Un fattore che domina le vecchie pellicole, oltre alla descrizione della società dell’epoca, a volte stravolta a volte più fedele, oltre alla comicità, è quel senso di grottesco e risata amara che è colonna portante della letteratura pirandelliana. Il sentimento del contrario è forse stato una di quelle innovazioni letterarie che benissimo si sono tradotte in scenografie e copioni vari. Diciamo che il cinismo e l’ironia sono insiti nel nostro sangue latino, eppure è sempre grazie a Pirandello che tale sentimento e modo di essere si sia potuto trasformare prima in romanzi e racconti e poi, con un salto di modernità, anche in pellicole cinematografiche.

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Tuttavia i giovani, o almeno non i feroci appassionati di tutto il cinema, non sono sempre inclini ad accettare tale senso e stile grottesco, poiché cresciuti sulla cosiddetta americanizzazione. L’ironia e la risata amara hanno duplice significato; il divertimento in un primo momento, che poi subito si trasforma in riflessione. Si preferisce invece il gioco senza tanti doppi sensi o significati più profondi. Una comicità più leggera e un dramma che sia solo dramma. I due orizzonti non si scontrano mai. Si perde la tradizione. Intanto il cinema italiano cerca di non ricopiare i maestri e geni passati, rincorrendo una nuova immagine. I risultati si vedono già dai nuovi generi sorti e rivisitati e dal nuovo gusto del comico; pensiamo a “Lo chiamavano Jeeg Robot”, la saga di “Smetto quando voglio” e molti altri. Questo significa che ci potrà pur essere una ripresa, che è già in atto, ma sono sempre propenso a non scordare mai quello che ci è stato insegnato prima.

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I dettami della letteratura sono stati fondamentali per la nuova arte; insieme ci hanno dato fama e, in più, maggiore familiarità con noi stessi portandoci a ridere dei nostri stessi difetti e del nostro ironico umorismo grottesco che è insito in ognuno di noi –chi più chi meno. Tra tutte le opere italiane del secolo scorso, è proprio l’episodio de “La Patente” che intendo riesumare e con essa la figura di Totò che mi permetto di affermare ora come sintesi di se stesso e sintesi del suo mondo, del suo ceto e della sua Italia; tutto questo solo nel personaggio di Rosario Chiarchiaro.

Iettatore

 

Considerato lo iettatore del paese in cui vive, tale nomina impedisce all’uomo di vivere serenamente con la sua famiglia nella comunità. Medita di denunciare i maldicenti fino a quando non escogita qualcosa di meglio. Intende farsi dare una patente speciale dal giudice; un documento che ufficializzi che egli è effettivamente uno iettatore patentato. In questo modo chi non voglia essere avvicinato da lui dovrà pagarlo per farlo allontanare. Dopo che il lampadario sia caduto in testa al magistrato, secondo il presagio di Chiarchiaro, si decide di dargli questa patente. La scena si conclude con il protagonista che detta il listino dei prezzi per farsi allontanare, o per gettare il malocchio su qualcuno, alla figlia, che in lacrime continua a scrivere disperata.

Contenuto in 14 minuti scarsi, il risultato portato a termine da Zampa e da Totò è un successo che perdura, diverte e traumatizza quasi quanto la novella stessa; sebbene molti non sappiano nemmeno che esista una novella e si soffermano solo sullo sketch in pellicola. Gli elementi artistici e letterari di Pirandello prendono forme proprie ma sempre con spunti fedeli. Il personaggio dello iettatore descritto su carta sembra non avere altre forma umana che quella del principe De Curtis. Il maestro della risata sembra fatto apposta per interpretare un personaggio uscito direttamente da una di quelle novelle. Totò è una figura strettamente pirandelliana che torna nei suoi film. Il fatto della patente, che sconvolge con l’assurdo il lettore da una parte e lo spettatore dall’altra, è un fatto letterario che Pirandello usa ma che ruba dalle antiche leggende, antichi rituali ancora rimasti nella società italiana, specie al sud, dove la paura della mala sorte è tenuta lontana in ogni modo e con ogni mezzo possibile; si pensi solo al famigerato corno rosso che in una città come Napoli è tuttora venduto e stra venduto. Quindi, realtà popolare si mescola al dramma grottesco  e letterario per poi essere impressionato su pellicola. Ed è solo il 1954 quando Zampa gira l’episodio. Pirandello è morto da quasi vent’anni ma il suo rinnovamento artistico è forte, tanto da arricchire un genere, come il cinema, ancora di mezza età. Un giovincello. Perciò è da questi elementi che essere italiano non diventa solo una frase fatta ma un miscuglio di gestualità, di racconti, di modi di dire e di fare, di rituali, di scongiuri, che grazie a letteratura e cinema formano una cultura duratura.

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