Ron Howard, da sempre come il Richie Cunningham di Happy Days, e per essere uno dei più prolifici registi di Hollywood, si getta sul genere documentaristico dopo una lunga serie di colossal: tra alti e bassi.

Dopo Apollo 13, Il Grinch, A Beautiful Mind, Rush e la serie di film tratti dai romanzi di Dan Brown, è ormai chiaro che Howard sia un regista eclettico, il cui cinema è pronto ad accettare sempre nuove sfide. Lo si è visto girare film d’azione ed opere biografiche, film d’amore, per bambini e d’avventura. Il documentario, più che un rischio o un azzardo, lo si può definire nella carriera del regista un fatto dovuto, che prima o poi avrebbe dovuto sicuramente essere affrontato.

Ma su chi è improntato tale docufilm?

Dopo 19 anni dalla sua morte, Luciano Pavarotti sembra così essere il nuovo soggetto di Howard. Solo Pavarotti, così si intitolerà il film alla memoria di uno dei più straordinari lirici mai esistiti. Erede diretto di Enrico Caruso ma dalla voce molto più dissimile da qualunque altro tenore. Pastosa, potentissima, riconoscibilissima su mille, come il rombo e il motore di una Ferrari rossa fiammante.

Luciano, come spesso lo si sentiva chiamare dai colleghi ma soprattutto dai fan d’oltreoceano, ha lasciato un immenso vuoto non ancora colmato, sebbene alla sua morte voci davano come possibile successore Andrea Bocelli. Ma come valse per José Carreras, splendida voce ma non del tutto tenorile, anche per Bocelli il sogno di poter diventare il sostituto ideale di Pavarotti si infranse, nonostante il grande successo che ha avuto nel corso degli anni e che comunque merita.

Così il mondo della musica, quello della lirica in particolar modo, attende ancora l’arrivo di un altro Pavarotti. In questa lunga attesa, sarà proprio il film del regista statunitense a ricordare un indimenticabile, non solo per le opere ma anche per l’immenso patrimonio artistico e finanziario, uomo di musica: simbolo maschile per eccellenza del bel canto del ventesimo secolo

Il nuovo film di Howard, che uscirà nelle sale statunitensi il 7 giugno 2019, ci riporterà alla memoria un Pavarotti un po’ più nascosto. Dalla sua infanzia e dalle sue primissime interpretazioni, ripercorrendo la lunga gavetta che lo portò, da semplice figlio di un fornaio modenese qual’era, ad essere una delle star musicali più amate e lodate, superando di gran lunga il pur sempre celebre Caruso.

Di testimonianza in testimonianza la sua vita passerà per le parole di chi lo ha conosciuto e di chi ebbe l’onore di lavorare con lui. Specie i cosiddetti Friends come Bono, Sting, Zucchero (quelli ancora vivi), o gli ultimi due rimasti del trio dei Tre Tenori: il già citato Carreras e Placido Domingo. Con lunghe immagini inedite di repertorio, Pavarotti rivive sotto la regia di uno dei registi più influenti, ma anche uno dei più inaffidabili: bisogna dirlo.

Ron Howard, regista senza uno stile proprio o meglio mai del tutto specificato, è riuscito a rovinare, con Inferno, il terzo capitolo della serie creata da Brown, gettando nella polvere anche i precedenti come Il Codice Da Vinci e Angeli e Demoni. Sebbene Il Grinch sia stato un film infantile ma pur sempre divertente, il merito non fu della regia, ma dell’interpretazione di un pazzo come Jim Carrey. Con Rush è riuscito fare di una buona storia, ma sempre evitabile, come quella di James Hunt e Niki Lauda, una farsa o meglio un romanzo di serie B, senza carattere. Per ultimo, il reboot tratto da Moby Dick, Hearth of the Sea, non ha certamente corrotto il pubblico per la sua bellezza o migliorato il suo status.

Un regista che, secondo il mio parere e secondo quello di molti, non ha mai fatto opere epiche o che siano rimasti nella storia della cinematografia: solo film, in alcuni casi buoni, ma senza mai sforarsi o azzardare un po’. Un cineasta da Blockbuster, come ce ne sono tanti in giro, ma senza la tempra e lo spessore artistico di altri. Un artigiano fra moltissimi altri artigiani ma con un po’ più di banalità nel suo lavoro e molta meno qualità. Forse è un bene che abbia scelto proprio il documentario per raccontare l’uomo Pavarotti, il successo e il mito che intorno a lui si era creato in quarant’anni di lavoro. E noi aspettiamo con ansia l’uscita nelle sale di questo film.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here