“Dio è morto, Marx è morto, e anch’io non mi sento molto bene”. Partendo dalle parole di Woody Allen si può invece affermare che l’ottantaduenne Marco Bellocchio è vivo e sembrerebbe anche in splendida forma, tanto da aver diretto un nuovo lavoro che è stato subito acclamato al Festival di Cannes. L’opera in questione è un documentario intitolato, Marx può aspettare.

(da sinistra) Camillo e Marco Bellocchio. Marx può aspettare (2021).

Trionfatore ai David di Donatello nel 2019 per Il traditore, questa volta Bellocchio riceve a Cannes la Palma d’Oro alla carriera e nel frattempo presenta un docufilm che riassume buona parte della sua vita e quella della sua famiglia. Marx può aspettare è l’intimo e profondo lavoro di un regista che è partito dal nulla, dalla sua Bobbio, all’inizio degli anni Sessanta, e che ha esordito nel difficile e vasto panorama cinematografico con uno dei film più iconici di sempre, I pugni in tasca.

Ma il documentario non riguarda solo la sua lunga e invidiabile carriera di regista e sceneggiatore. Marx può aspettare non si limita ad analizzare i suoi più indimenticabili capolavori, anzi se vogliamo essere sinceri, non lo fa esplicitamente, anche se l’opera è continuamente intervallata da spezzoni delle sue pellicole. Bellocchio parte da un pranzo di famiglia con i fratelli e le sorelle. Da questa riunione, alla quale non possono partecipare tutti, Marx può aspettare inizia proprio con il ricordo dei tre degli otto fratelli, Tonino, Paolo e Camillo, morti molto tempo prima.

È in particolar modo attorno alla figura di Camillo che il regista costruisce un lungo viaggio a ritroso nel tempo che inizia, sì con quel pranzo familiare, ma che poi torna indietro nella Bobbio e nella Piacenza del 1939, anno in cui Marco e Camillo vengono messi alla luce. I due sono gemelli; eppure, hanno due caratteri totalmente opposti. Come gli altri componenti della famiglia si ritroveranno a raccontare, Marco è sempre stato più brillante e anche coraggioso, mentre Camillo si ritroverà sempre un passo dietro a lui e al resto del nucleo familiare, capitanato dalla severa e timorata madre.

Marx può aspettare non parla direttamente di cinema, eppure la figura di Camillo e il suo suicidio a soli 29 anni sono probabilmente la chiave di lettura di buona parte della produzione cinematografica di Bellocchio. Un evento questo che, come afferma lo stesso autore, non lo scandalizzò troppo nel momento in cui accadde. Tuttavia, la sua poetica, il suo stile, il suo cinema, risentirono moltissimo di quella tragica morte; da quel momento in poi molti sono i film che hanno come tematica il rapporto con la madre, il rapporto fra fratelli e la morte.

Tutti i componenti della borghese famiglia Bellocchio prendono parte a questa sorta di revival della figura di Camillo. Bellocchio compie un gesto d’amore nei confronti del gemello coinvolgendo tutti coloro che possano dare risposte su di lui e magari svelare i segreti più reconditi di un’anima tormentata; come la sorella di Angela, fidanzata di Camillo.

Ma perché Bellocchio decide di intitolare il documentario Marx può aspettare? È inutile dire che all’esistenza di Camillo è legata anche quella di Marco, il quale già giovanissimo si era trasferito a Roma per fare fortuna nel mondo del cinema. Sono gli anni della grande contestazione, delle lotte studentesche e operaie. Anni in cui il regista, dopo I pugni in tasca e La Cina è vicina, decide di scrollarsi di dosso la sua passata condizione sociale di borghese, per sposare la causa rivoluzionaria e tentare di cambiare il mondo.

Questo porterà ad un ulteriore separazione fra Marco e Camillo il quale, durante un colloquio con il fratello che cerca di fargli capire l’importanza della rivoluzione, risponde: “Marx può aspettare!”. Bellocchio capisce di aver sbagliato, e così gli altri fratelli. Tutti intuiscono di aver abbandonato una persona in piena crisi, di non aver captato il suo grido di aiuto; eppure, sono passati troppi anni. Le loro parole sono sincere, così com’è sincero l’intento del regista che, senza troppe smancerie e sviolinate, ricorda il fratello Camillo come uno degli elementi centrali della sua filmografia.

Marx può aspettare, diretto da Marco Bellocchio.

La tragedia che aveva colpito la famiglia Bellocchio ritorna in molte opere del regista, che lui stesso si prende la briga di porre all’interno di un documentario piacevole, scansonato e davvero drammatico in molti suoi punti. L’ora di religione, Gli occhi, la bocca, Salto nel vuoto, fino ad arrivare al primissimo lungometraggio; tutte pellicole in cui è presente il tema della morte, della famiglia e di una fede che non sempre aiuta a superare le tragedie della vita. Il cinema è un altro elemento importante per il regista; è proprio grazie al cinema che Bellocchio ha potuto sviluppare e accettare il suo lutto, la sua lacerazione interiore. Marx può aspettare è una confessione visiva; un tête-à-tête con sé stesso, con Camillo e con il suo pubblico.

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