Poco prima che il mondo conoscesse il flagello del Covid, un manipolo di attori, capitanati da Christian Serritiello, si era riunito per dare vita allo short film An Approximation of their Barbarous Manners. Con un cast di più di venti interpreti, tra i quali Bruce Glover, famoso per il suo ruolo in Chinatown, Scott Coffey (Mulholland Drive), Dulcie Smart (Cloud Atlas) e il regista di cinema underground tedesco Wilhelm Hein, il film si avventura in un intenso viaggio all’interno del mondo del cinema e delle sue nevrosi.

Proprio Bruce Glover è il grande protagonista del film, o meglio è il perno attorno al quale ruota tutta la trama di An Approximation of their Barbarous Manners. È l’attore americano ad aprire il cortometraggio con un aneddoto sulla lavorazione di Chinatown insieme a Roman Polanski e Jack Nicholson. Lo spettatore viene da subito proiettato su di un set, dietro le quinte delle opere che ama vedere.

Siamo a dicembre 2019 e dal set di Tangeri, in Marocco, dove una troupe si sta preparando per il primo giorno di riprese sparisce l’attore principale: l’87enne Bruce Glover. La scomparsa della star del film fa piombare il resto del cast in un profondo stato di agitazione. La frenesia del primo giorno si trasforma in una strana attesa, dove la linea di separazione tra il personaggio e l’attore che l’interpreta si fa sempre più labile. Le grottesche reazioni dei protagonisti riflettono lo smarrimento e la delusione per quello che sembra essere un appuntamento mancato con la storia del cinema.

An approximation of their Barbarous Manner si lega indissolubilmente con l’importanza che i cosiddetti film cult hanno nella settima arte. Questi influenzano tutte le opere che seguono, ridisegnando volta per volta quella che è la traiettoria del cinema. Bruce Glover è l’ancora che lega la produzione a questa traiettoria. Nonostante sia il protagonista dell’intreccio, l’attore americano non si riunisce alla troupe. Come se fosse altro: non un semplice attore ma un punto di riferimento, una stella polare, quasi una divinità, capace di infondere qualità artistica all’opera solo con la sua presenza.

Per questo il resto del cast si trova smarrito e disorientato per la sua assenza. Senza di lui non si riesce ad andare avanti. Senza ciò che il cinema è stato, sembra sia impossibile costruire il cinema del futuro. Il cinema però non è fatto solo di grandi nomi e grandi maschere: è fatto anche da messaggi e momenti di rara bellezza catturati e condivisi. La traiettoria tracciata in passato può venire deviata in qualsiasi momento, riuscendo lo stesso a rimanere nell’universo poetico delle immagini in movimento.

Christian Serritiello torna a riflettere sul cinema e sulle sue molteplici possibilità dopo Gelateria (2019), dove insieme ad Arthur Patching aveva esplorato innumerevoli sentieri di genere cinematografici. Questa volta però il regista italo britannico accompagna lo spettatore nel frenetico mondo del set, quando il film in questione non è altro che un’idea, un progetto nella mente dei suoi autori. Quando le potenzialità del soggetto devono essere ancora sfruttate ed elaborate.

Sempre che si riesca a trovare Bruce Glover.

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