A 30 anni di distanza, Anthony Hopkins vince il suo secondo premio Oscar per un ruolo che, dopo quello di Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti, è essenziale per una carriera lunghissima e invidiabile come la sua. Hopkins è un artista eclettico, con una filmografia sconfinata e varia, che a 83 anni ci regala un’interpretazione stupenda; sofferta, aggiungerei, così com’è sofferto il personaggio omonimo di Anthony, figura centrale attorno alla quale ruota il film di Florian Zeller, The Father.

The Father (2020), regia di Florian Zeller.

Il non aver conferito la statuetta a Chadwick Boseman, scomparso il 28 agosto scorso, per il suo ruolo in Ma Rainey’s Black Bottom, aveva lasciato alcuni fan un po’ delusi, rischiando di fare finire in caciara anche la cerimonia degli Oscar 2021. Ma basta davvero morire per ricevere un Oscar? Per Heath Ledger andò esattamente così (premio meritato tra l’altro). Tuttavia non si può nemmeno continuare a sfruttare tragici eventi come quello di Boseman per privare gli altri di un riconoscimento sacrosanto.

E infatti, seguendo anche il detto “Chi muore giace, e chi vive si dà pace”, l’Academy si è rifiutata di fare un altro martire, e ha dato l’Oscar a colui che probabilmente se lo meritava più di tutti. Senza nulla togliere a interpreti del calibro di Gary Oldman, Riz Ahmed e a Steven Yeun, Anthony Hopkins vince il premio al migliore attore protagonista per un’opera che in maniera davvero originale dà una sconcertante e meravigliosa rappresentazione della malattia.

The Father (2020) – La trama

The Father, che uscirà in Italia con il sottotitolo Nulla è come sembra, parla dell’anziano Anthony che, a causa dell’Alzheimer, viene preso in casa dalla figlia Anne, la quale cerca in tutti i modi di prendersi cura di lui e di trovare una badante competente. In un lento declino, Anthony perde a poco a poco il senso del tempo, dello spazio, e in un labirinto di volti, di oggetti e di cene che si ripetono, se ne va alla deriva.

Tuttavia, la malattia di Anthony non affetta solo lui. Come succede in molti casi, se non in tutti, l’infermità di una persona cara travolge anche il parente più vicino, che improvvisamente si ritrova a un bivio; scaricare questo compito su altri, o dare via una parte della propria vita per badare la persona interessata? Il film, in verità, ci mette difronte a varie possibilità, a diverse strade da imboccare; anche se alla fine il punto gravitazionale di tutto è rappresentato sempre dal malato e dalle sue continue visioni, dimenticanze e distrazioni, che iniziano a fare parte di questa nuova vita -se così possiamo chiamarla.

La condanna dell’Alzheimer e i giorni che si ripetono

The Father, con Anthony Hopkins, Olivia Colman e Olivia Williams.
Hopkins e Olivia Williams in una scena del film.

Tratto dall’omonima pièce teatrale dello stesso Zeller, The Father ci trasporta, e in un modo così sconvolgente e originale, nella mente di un uomo malato di Alzheimer. Ogni cosa inizia a disgregarsi, partendo prima da piccole amnesie. Anthony all’inizio non ricorda di aver maltrattato la badante, né di aver nascosto in bagno il suo orologio. Da principio la figlia non dà troppo peso alla cosa; vuole lo stesso cercare per il padre un’altra persona che stia con lui, in vista del suo trasferimento a Parigi con il fidanzamento. Le cose si complicano quando l’anziano comincia a fare difficoltà nel ricordarsi tutto. Molte volte trasecola per delle notizie che aveva già avuto in precedenza. Inoltre, inizia a fantasticare sulla sua stessa vita, con eventi e situazioni che in realtà non ha mai vissuto.

Volti e luoghi si creano e ricreano nella sua mente; subito dopo si scompongono quando la figlia interviene per fargli ricordare. Poi arriva il momento delle fisime, per frasi o per oggetti che diventano ossessione e malessere per il povero Anthony; fino al momento in cui anche le cose più semplici e quotidiane diventano un ostacolo. Attraverso l’interpretazione mirabile e perfetta di Hopkins vediamo la fragilità dell’uomo; come in un viaggio a ritroso scorgiamo le sue nuove ansie e paure. Attraverso la regia di Zeller, che propende per una narrazione contorta e volutamente discordante, entriamo nella mente del personaggio, e diventiamo tutti un po’ malati; tutti in continuo stato confusionale.

Il regista francese, qui alla sua prima opera cinematografica, rappresenta la demenza senile mediante l’uso di tracce, di personaggi o di eventi che in molti casi si ripetono ininterrottamente. In altri, cambiano e si trasformano, spariscono improvvisamente, disorientando non solo il protagonista ma anche lo stesso spettatore. La famosa cena a base di pollo, uno dei temi ricorrenti di The Father, è la replica di una replica; così come l’orologio scomparso o l’immagine di Anne che a volte è quella vera, altre volte è è invece quello dell’infermiera dell’ospizio. Questa particolare costruzione narrativa e scenica, sottolinea la ripetitività del malessere mentale e fisico di Anthony. Sballottati da tutti questi eventi, è proprio in questa contorta sequenza di anomalie e di fatti illogici che vediamo la realtà e il vero volto di questa terribile malattia.

Anne e il dramma del familiare

Olivia Colman nei panni della figlia Anne.

L’infermità, tuttavia, non è rappresentata solo dal malato. Anche chi gli sta intorno risente, in misura più o meno forte, della sua condizione. Anne, che nel film è interpretata dall’attrice Olivia Colman (La favorita), è la figlia di Anthony; è colei che deve decidere se assistere alla lenta disgregazione del genitore o se metterlo in un’ospizio. La donna non è aiutata dal marito Paul (Rufus Sewell), o da quello che all’apparenza potrebbe sembrare. Quest’ultimo, infatti, nutre nei confronti di Anthony un certo odio, e lo colpevolizza, nonostante la malattia, di rovinargli la vita. Per quanto questo personaggio possa sembrare un antagonista della storia, in realtà non è che un altro tassello della vicenda, e assieme ad Anne rappresenta l’altra faccia del malessere.

Malessere che non tocca solo Anthony ma anche tutti coloro che gli sono vicini, che sono costretti ad entrare in contatto con lui, e che allo stesso modo si sentono frustrati, impotenti e logorati. E’ sicuramente nobile prendersi cura di un genitore affetto da demenza senile, da Alzheimer o da qualsiasi altro imprevisto della vita. Tuttavia non è un dovere, e la paura di non voler perdere la propria vita per un altro, è un concetto spietato ma vero, e persino ammesso. Paul e Anne sono, rispettivamente, uno il parente amorevole, premuroso, che vuole e deve vigilare sull’anziano padre; l’altro è invece il parente che non è pronto a fare una cosa del genere e che non vuole rinunciare alla propria serenità. Zeller è equanime e non può sottrarsi dal delicato compito di dover mettere insieme tutte le pedine, tutti i personaggi che hanno ragioni diverse e che agiscono come meglio credono.

Hopkins da Oscar, circondato da meravigliosi attori

Hopkins e il regista, Florian Zeller, sul set di The Father.

Si è discusso molto su questa scelta. Molti sono stati i dubbi sul premio dato a Hopkins invece che ad altri. Dubbi, questi, che possono essere immediatamente smentiti dal fatto che l’attore gallese era talmente così sicuro di non vincere che non si era presentato nemmeno alla cerimonia; il suo stupore che si vede nel video registrato il giorno dopo è autentico. E poi c’è il discorso principale che taglia la testa al toro; Hopkins è bravissimo e il suo è un ruolo davvero riuscito, forse uno dei migliori della sua vita. Hopkins si meritava l’Oscar e lo ha vinto.

Da non dimenticare anche gli altri attori che, seppur pochi, tengono testa a Hopkins. I già citati Sewell e Colman; quest’ultima va d’accordo con la recitazione naturale del gallese e insieme danno alla pellicola quel realismo che si sta cercando; realismo che agghiaccia e spaventa. The Father è infine impreziosito da altri eccellenti interpreti come Mark Gatiss, Imogen Poots e Olivia Williams (The Ghostwriter)

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