Un cameriere, dopo aver prestato servizio per un evento svoltosi presso una scuola privata, si avvia a tornare a casa in bicicletta. Lungo il tragitto l’uomo verrà investito da una vettura. È questo l’incipit de Il capitale umano, indimenticabile noir brianzolo del 2013 diretto da Paolo Virzì. L’acclamato regista livornese trae liberamente spunto dall’omonimo romanzo di Stephen Amidon per realizzare un’opera suddivisa in quattro capitoli. Nei primi tre si racconta la vicenda dal punto di vista dei protagonisti, fino ad arrivare allo sconvolgente epilogo finale.

Il capitale umano (2013), uno dei capolavori di Paolo Virzì.
Il capitale umano (2013). Fabrizio Bentivoglio e Valeria Golino in una scena del film.

Il capitale umano contrappone due famiglie di diversa estrazione sociale che entreranno pericolosamente in relazione l’una con l’altra. La famiglia Ossola è composta dal capofamiglia Dino (Fabrizio Bentivoglio), un agente immobiliare arrivista, dalla compagna Roberta (Valeria Golino), una psicologa che lavora nel sociale e dalla figlia Serena (Matilde Gioli), una bellissima e affascinante ragazza. I Bernaschi invece sono l’emblema stesso dell’opulenza. Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni) è un potente uomo d’affari sposato con l’affascinante quanto depressa moglie Carla (Valeria Bruni Tedeschi). I due hanno un figlio di nome Massimiliano (Guglielmo Pinelli), il quale intrattiene una relazione con Serena. Un giorno Dino, accompagnando la figlia dai Bernaschi, tenterà di ingraziarsi Giovanni con l’obiettivo di fare il grande salto che gli permetterebbe finalmente di poter condurre un’esistenza agiata.

Virzì prelude l’ormai cult di Bong Joon-Ho, Parasite realizzando un’opera magistrale che fotografa vividamente la società odierna. Il regista di Ovosodo e La prima cosa bella, mette alla berlina un sistema corrotto e fallace popolato da individui qualunquisti e privi di scrupoli, completamente asserviti al Dio denaro. L’imminente chiusura dell’unico teatro in tutta la provincia simboleggia il grave impoverimento culturale del nostro paese. Problema questo che deve essere ineluttabilmente risolto in quanto, citando Aristotele: “La cultura è un ornamento nella buona sorte ma un rifugio nell’avversa”.

Fabrizio Bentivoglio è straordinario nell’incarnare un personaggio che sembra provenire dalla commedia all’italiana degli anni d’oro. Dino Ossola è un vero e proprio “mostro” fagocitato dalla sua stessa avidità che sembra uscito dalla straordinaria galleria di italiani medi portati sul grande schermo da mattatori come Sordi, Tognazzi e Gassman. Il carismatico Fabrizio Gifuni offre una performance vibrante e densa di pathos. La Golino si cala divinamente nei panni di Roberta, una donna altruista e sensibile che lavora in una struttura pubblica.

La Bruni Tedeschi dal canto suo è sublime nell’interpretare Carla, una donna molto sfaccettata che, pur avendo all’apparenza una vita perfetta, cela un disagio molto profondo. Sembra quasi che lei, più che Giovanni, abbia sposato la serenità economica che l’uomo si può permettere di darle. Un plauso infine a Matilde Gioli, qui alla sua prima prova d’attrice.

Virzì, coadiuvato in fase di sceneggiatura dai fidi Francesco Bruni e Francesco Piccolo, con Il capitale umano rievoca la lotta di classe marxista, mostrando allo spettatore che il divario tra i ricchi e i poveri si è mantenuto invariato nel corso degli anni. Pertinente a tal proposito risulta essere il seguente aforisma della nota attivista svedese Greta Thunberg: “È la sofferenza di molti a garantire il benessere a pochi”. Il lungometraggio in questione è riuscito nell’arduo compito di mettere d’accordo sia la critica che il pubblico. Il pluripremiato regista toscano ricorda allo spettatore che tutto si misura in soldi, persino il valore della nostra stessa esistenza.

(da sinistra) Fabrizio Bentivoglio, Paolo Virzì e Fabrizio Gifuni durante la lavorazione del film.

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