“Come dicono i cinesi: ormai stavo ‘a cavallo della tigre’, cioè è pericoloso starci ma è molto più pericoloso scenderci perché la tigre ti si mangia”. Capolavoro del cinema di Luigi Comencini, A Cavallo della tigre uscì nelle sale cinematografiche italiane non nel migliore dei modi. La pellicola del 1961 fu infatti tacciata di scadere troppo nel patetismo e nel grottesco, tralasciando troppo l’aspetto sociale che all’epoca veniva ben visto dalla commedia di costume.

A cavallo della tigre (1961).
A cavallo della tigre (1961), regia di Nino Manfredi.

Oggi che i tempi sono davvero cambiati, l’opera viene rivalutata come una dramedy nel più puro stile di Comencini, come se ne sono viste tante, da Tutti a casa fino a L’ingorgo. A cavallo della tigre segna anche l’ingresso di Nino Manfredi nel dramma; nel film, infatti, egli interpreta la parte del pietoso protagonista Giacinto Rossi, uomo a disagio nella società del Boom economico. Il cinema italiano degli anni ’60 è in effetti estremamente interessato nella documentazione di un paese in crescita dopo il dramma della guerra. Documentazione che, tuttavia, preferisce sottolinearne gli aspetti negativi piuttosto che quelli positivi.

A spalleggiare il giovanissimo Manfredi ci sono altri attori nel pieno della loro gavetta recitativa. C’è Gian Maria Volonté, che dopo anni di teatro, inizia la sua carriera nella celluloide; di lì a poco diventerà ben presto uno degli attori italiani più importanti ed amati. In questo frangente egli veste i panni di Papaleo, uomo del sud ossessionato dall’onore, mentre lo svizzero Mario Adorf quelli dello spietato Tagliabue, quello che si direbbe una vera e propria bestia, un criminale violento e assetato di sangue. Comencini, in questo dramma grottesco ambientato in gran parte all’interno di un carcere, narra proprio la storia di amicizia che si instaurerà fra Giacinto e il crudele Tagliabue, due individui scomodi non solo fuori ma anche dentro il bagno penale.

La trama di A cavallo della tigre

A cavallo della tigre, con Nino Manfredi, Mario Adorf e Gian Maria Volonté.
Gian Maria Volonté e Mario Adorf in una scena del film.

Rossi Giacinto, un povero lavoratore padre di due figli, dopo essere stato arrestato per aver simulato una rapina ai suoi danni, si ritrova a raccontare le peripezie all’interno del carcere in una lettera indirizzata all’avvocato. Nell’epistola racconta del suo ruolo da infermiere nel penitenziario e di come sia venuto a conoscenza dei tre detenuti Tagliabue, Papaleo e del vecchio Sorcio.

Quest’ultimi, nel piano di fuga scrupolosamente congegnato grazie anche all’intervento di Giacinto, sono costretti a portarlo con sé per paura che possa fare la spia al direttore. I quattro evasi si nascondono per alcuni giorni in una casa abbandonata ma sono costretti a separarsi; il Sorcio, andato a cercare aiuto da un compare complice dell’evasione, non torna dai suoi amici. Papaleo, convinto di voler chiarire una volta per tutte la questione d’onore fra lui e sua moglie, va dalla donna e la pugnala ma la ferisce solo lievemente e tra i due si ricostruisce il rapporto interrotto durante il periodo di detenzione.

Gli unici a rimanere insieme sono gli incompatibili Tagliabue e Giacinto. Nonostante Tagliabue disprezzi Giacinto e nonostante questi sia assolutamente intimorito dalla natura cruenta del compagno di viaggio, i due si mettono in marcia per Roma in cerca del Sorcio e del compare che possa dargli una mano. In questa lunga odissea, che vede il tradimento del Sorcio e la dipartita di Papaleo, il quale, tornato dagli amici con la moglie, muore durante una fuga mirabolante sul tetto di un cinema, Giacinto e Tagliabue giungono sulla spiaggia di Civitavecchia stremati e senza più forze ma certi di aver trovato, l’uno nell’altro, un amico fidato e un compagno fedele.

 I volti del boom economico

Nino Manfredi nei panni di Giacinto Rossi.

Comencini è un reporter nel bel mezzo di uno sviluppo economico che mostra il cambiamento e il benessere ma che nasconde sotto il tappeto le lacune e le anomalie di un paese, o meglio, di un popolo incapace, forse, di rinnovarsi veramente. Il regista de Lo scopone scientifico e Incompreso, è, come molti suoi colleghi, un cronista che annota le trasformazioni politiche e socioeconomiche. A differenza di altri autori Comencini punta sempre ad uno svolgimento narrativo più cupo e infausto. Monicelli preferisce l’ironia, il burlesco, la risata come medicinale, spesso corale; altri, come Risi, propendono per la black comedy. Comencini, invece, è tragico e frequentemente addolorato.

A cavallo della tigre rappresenta l’altra faccia del boom, la parte nascosta di quel famoso tappeto impolverato. Il film è la storia di quattro galeotti ognuno con le proprie colpe e le proprie nevrosi che non gli permettono di vivere in questa precisa epoca e in questa società. Papaleo è un uomo d’onore quando il delitto d’onore non è più una cosa per la quale andare fieri ma un vero e proprio delitto. Tagliabue, grazie anche all’interpretazione di Adorf, incarna il criminale per antonomasia; freddo, cinico, crudele e inumano, o quasi. Tale personaggio, tuttavia, si ritroverà a rivedere la sua natura nel momento in cui la fiducia e la stima verso Giacinto crescono. Tagliabue diventa più umano, mentre Giacinto dovrà sporcarsi le mani; egli non diventerà un criminale come il suo compagno di viaggio, ma la sua sbadataggine si trasformerà in una condizione umana più tenace.

Ma c’è anche l’aspetto familiare che di certo non viene trascurato. Anche su questo piano Comencini è piuttosto brutale e di un cinismo quasi sprezzante. Quando Giacinto torna dalla moglie, interpretata da Valeria Moriconi, non si aspetta la freddezza con la quale la donna lo accoglie, né un nuovo uomo al suo fianco. I figli, che si svegliano di soprassalto e trovano Giacinto in casa non lo riconoscono e la moglie fa di tutto pur di non dirgli la verità, cercando poi, e in tutti i modi, di convincere Giacinto farsi denunciare per intascare la taglia di un milione di lire, cifra che aiuterebbe la donna a migliorare la sua situazione economica.

A cavallo della tigre non lascia scampo a lieti fine né a battute che sollevino il morale dello spettatore. Nemmeno l’accento del burino sfoggiato da Manfredi può alleviare una storia tragica cominciata in carcere e finita sempre fra quelle quattro mura. Comencini non mostra l’arricchito o chi si è sistemato; il regista affronta il fallimento e l’impossibilità di migliorarsi in un mondo ormai votato al soldo e al consumo. Il tutto è poi circondato da scene di grande violenza; sequenze che sono insolite per un film che si spaccia per una commedia. Ma più che una commedia è infatti una “dramedia”, come direbbero gli spagnoli, e più che un’opera che sfocia nel patetismo, essa giunge ad un finale realistico, inatteso ma ordinario allo stesso tempo.

Leggi anche: L’ingorgo – L’apocalisse all’italiana di Luigi Comencini.

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